I casi d’ingiustizia
Come Luigi, tante altre persone sono state vittima d’ingiustizia: persone comuni detenute ingiustamente per errori giudiziari, per mancanza di prove, per false testimonianze;
ma c’è da dire anche, che tanti altri sono stati salvati dalla GIUSTIZIA INGIUSTA, fatta di leggi anticostituzionali e prive di ogni senso civile, come ad esempio le assoluzioni di killer ed assassini per “…scadenza termini…” o perchè “…non sussisteva il fatto…” oppure detenuti potenzialmente pericolosi che tornano a casa agli arresti domiciliari senza alcun senzo o peggio ancora gente di potere che gode dell’immunità e fà ciò che vuole!
In questa sezione vorrei raggruppare, anche con il vostro aiuto, i casi di GIUSTIZIA INGIUSTA che regna nel nostro paese.
Ivan Scrive:
Mi pare ovvio e scontato iniziare con il caso di Enzo Tortora.
Un uomo mite dal sorriso rassicurante, era un brillante conduttore, un sagace giornalista, un uomo che ha sempre preferito restare lontano dal potere, anche quando lavorava in Rai dove era entrato per concorso e non come molti altri colleghi per raccomandazione… politica.
Tortora aveva raggiunto l’apice del successo ma era rimasto se stesso, aveva portato in TV la gente comune che lo amava e lo apprezzava.
Una notte alle quattro del mattino all’Hotel Plaza, era il 17 giugno del 1983, i carabinieri lo arrestano con la pesante accusa di appartenere al clan di Cutolo, famoso camorrista.
Quella notte una maxi retata aveva fatto finire alla gogna 855 persone, tra colpevoli ed innocenti, la notizia era stata data come il caso più clamoroso del secolo, in realtà fu una vera bufala e molti magistrati che siedono in posti chiave come il CSM dovrebbero vergognarsi di ciò che hanno compiuto.
Un uomo perbene ed innocente come Enzo Tortora ha vissuto un travaglio giudiziario lungo ed estenuante passando per tutti i tre i gradi di giudizio pur di essere riconosciuto innocente e quindi assolto perché il fatto non sussiste.
L’arresto di Tortora commuove molti cittadini ignari di quanto stesse accadendo, che lo conoscevano appena e soltanto perché seguivano con grande interesse la trasmissione che Tortora conduceva ai tempi dell’arresto, “Porto Bello”.
Quell’uomo era entrato nel cuore delle persone, probabilmente molto meno in quello dei colleghi che non persero l’occasione per deriderlo e ucciderlo attraverso un giornalismo soltanto ad effetto scandalistico.
Tortora venne fatto oggetto di una passerella davanti ai fotografi e agli operatori ingordi di scoop mediatici.
In quei giorni, ma anche negli anni avvenire, la stampa diede il peggio di se, Enzo Tortora uscì da quegli attacchi come un mostro e di questo soffrì moltissimo.
I lunghi processi, il carcere, l’umiliazione, la beffa, portarono Enzo Tortora a reagire per dimostrare la propria innocenza ma lo sfinirono nello spirito e nel corpo.
Tortora viene assolto definitivamente dalla cassazione che lo riconosce innocente il 17 Marzo 1988, ma, due mesi dopo il 18 maggio 1988 muore stroncato da un cancro.
Enzo Tortora resta l’esempio emblematico di uno dei più tragici errori dei nostri tempi, un eroe moderno come tanti altri.
Tortora è stato massacrato da uno Stato che lo ha condannato da innocente, strappandogli l’onore e la libertà fino alla morte.
Tortora ha pagato per la sua onestà morale ed intellettuale, per non essersi legato a padrini politici e a correnti di potere.
Questo è un Paese che ha paura delle persone libere e per questo le ostacolano in tutti i modi e in tutte le professioni.
Ivan Scrive:
Era il ”Re del Grano”, l´inventore di Zemanlandia, il fautore del miracolo del Foggia in serie A e dell´Avellino in serie B, ma da tredici anni a questa parte su Pasquale Casillo, noto a tutti come “Don Pasquale” da San Giuseppe Vesuviano, pesava l´accusa del famigerato articolo 110 - 416bis, concorso esterno in associazione di stampo mafioso: un reato grave da cui Casillo, soltanto ieri in tarda mattina, è stato assolto dai giudici del tribunale di Nola, in provincia di Napoli, che hanno accolto le richieste del pubblico ministero Vincenzo D´Onofrio. Per Don Pasquale, dunque, assistito dall´avvocato Ettore Stravino e da Bruno Von Arx, è giunta l´assoluzione con formula piena per non aver commesso il fatto.
Casillo, ora 58enne, fu arrestato il 21 aprile del 1994 non solo per associazione mafiosa, ma anche per truffa e peculato. Era stato accusato, insieme ad altri, infatti, di aver frodato l´Aima, l´Azienda di Stato per gli interventi nel mercato agricolo. Per questi ultimi reati è scattata la prescrizione, ma per Pasquale Casillo restava in piedi la ben più grave macchia, il 416bis, che da ieri non ha più nulla a che fare con l´ex Re del Grano. Un “impero”, quello di Casillo, che valeva milioni e milioni di euro e che gli deve essere restituito poiché sono stati revocati i provvedimenti di sequestro cautelare sulle aziende e sui beni personali. «In questa brutta storia, potevo perdere tutto ma non la dignità» ha dichiarato l´imprenditore.
Nei primi anni ´90 l´industriale campano, presidente dell´Assindustria di Foggia, era il gotha dell´imprenditoria nazionale: il suo “impero” era impegnato in tutti i campi, dal commercio allo stoccaggio del grano, dai trasporti navali al mondo del calcio. E che calcio. Ma Casillo aveva anche partecipazioni importanti in istituti di credito (Banca Mediterranea e Caripuglia ndr) e società immobiliari e turistiche. E poi, oltre al Foggia di Zeman, era proprietario anche di Salernitana e Bologna e voleva “mettere le mani” sulla Roma di Ciarrapico. Poi, quel 21 aprile, l´arresto a Foggia: a far emettere le ordinanze dai giudici di Napoli le deposizioni di un pentito della camorra, il boss Pasquale Galasso. Nonostante un pool di primarie banche, coordinate dall´ABI, avesse offerto un cospicuo finanziamento ponte di 100 miliardi di vecchie lire, rifiutato dal neoamministratore giudiziario del gruppo, scatta la molla dell´istanza di fallimento, richiesta dai creditori del gruppo Casillo. Nel maggio del 1994, su istanza del Banco di Napoli, finiscono in tribunale i libri della capogruppo, la “Casillo Grani Snc”, società in nome collettivo. E incomincia il pellegrinaggio dell´inchiesta principale. Casillo si è sempre dichiarato innocente, anzi «perseguitato dai giudici», e ha sempre richiesto di essere processato subito. Con gli anni vengono prescritti tutti gli eventuali reati fiscali. Restava, fino a ieri, solo il 416bis. E per Casillo il fantasma della mafia, anzi della camorra campana, svanisce, così come era svanito, qualche anno prima, per l´ex ministro dell´Interno Antonio Gava, che è stato assolto - come molti altri imputati eccellenti - in tutti i gradi nel processo per camorra basato in massima parte sulle dichiarazioni del medesimo pentito Pasquale Galasso, lo stesso accusatore di Casillo.
Fonte Il Meridiano
Ivan Scrive:
Avrebbe potuto uscire dal processo con una «assoluzione per avvenuta prescrizione». La via di fuga era lì a portata di mano. Così la pensavano anche i giudici della terza sezione penale del tribunale di Napoli, quando qualche mese fa alla cinquantacinquesima udienza del suo processo, entrarono in aula dicendo: «Signori, il reato è prescritto, possiamo raccogliere i faldoni e salutarci». Invece, i più increduli furono proprio loro, giudici e pm. Perché a lui, imputato eccellente, ex colonnello del Sisde, Augusto Maria Citanna, quell’assoluzione non era sufficiente. «Rinuncio alla prescrizione, desidero che il processo vada avanti», aveva detto tra lo sconcerto generale. Da 14 anni si dichiarava innocente. Da ieri lo è anche per la giustizia italiana. Assolto con formula piena per «non aver commesso il fatto». Ma in questi anni ha conosciuto il carcere duro, la sospensione dal servizio e la gogna.
Aveva 46 anni. Era il capo dell’ufficio di Genova del Sisde. Era il 1993, l’anno della strage di via Palestro a Milano (5 morti e 12 feriti), di quella di via dei Georgofili a Firenze (3 morti e 41 feriti), delle due autobombe fatte esplodere a Roma. In questo clima la notte tra il 20 e il 21 settembre sul treno 810 Siracusa-Torino, alla stazione di Roma Ostiense venne fatta ritrovare una bomba. Tre settimane dopo arrestarono il colonnello Citanna. Ad accusarlo di aver inscenato un falso attentato è un informatore, un collaboratore di giustizia, Carmine Allocca, meglio noto negli ambienti camorristici come «’u spione». Secondo gli inquirenti si trattava di una falsa operazione che doveva servire a dimostrare l’efficienza del Sisde nella lotta al crimine organizzato.
«Quel giorno per me e la mia famiglia è cominciato un incubo - dice oggi Citanna -. Mi hanno prelevato e portato nel carcere militare di Forte Boccea». Racconta: «Era carcere duro, peggio del 416 bis (quello riservato ai mafiosi). Mi tenevano in isolamento, nella cella a fianco alla mia c’era Bruno Contrada. Ero guardato a vista. Ho dovuto abituarmi persino ad andare in bagno con la porta aperta». Sei mesi e dieci giorni di carcere, poi arresti domiciliari e sospensione in via cautelativa dal servizio. «Per cinque anni ho smesso la divisa. Sono stati anni duri, di sofferenza morale. Ero innocente, venivo additato come un infame bombarolo. Mio padre che era generale dei carabinieri, ne è morto di crepacuore». Dopo cinque anni di sospensione, in attesa di giudizio viene reintegrato. Dalla poltrona numero uno del Sisde viene trasferito dietro la scrivania della caserma dei carabinieri a sbrigare scartoffie. E intanto il processo continua, le udienze (in totale saranno 60) si susseguono, i faldoni del suo fascicolo passano di mano in mano. Alla pubblica accusa si alterneranno otto pm.
In totale trascorrono 14 anni. E arriva pure la prescrizione. Perché non ne ha approfittato? «Perché non avrei mai cancellato questa macchia. L’ho fatto per me, ma anche per mia moglie e i miei figli. Certo ho avuto paura che potesse anche finire diversamente. Nessuno, nemmeno un innocente può essere sicuro di venire assolto».
«Come avvocato sono contento di aver contribuito ad aiutare un servitore dello Stato e un galantuomo - ha commentato uno dei suoi legali, Giannino Caracciolo -. Come cittadino mi resta lo sconcerto che questo chiarimento avvenga a 14 anni di distanza dal fatto». Aveva 46 anni. Oggi Augusto Maria Citanna ne ha 60. Una vita.
Fonte Il Giornale
Ivan Scrive:
Il fantasma del palazzo di giustizia ha gli schiavettoni ai polsi, l’anima stuprata, un cappio stretto al collo. Il volto scavato dalla gogna è quello di Giovanni De Blasiis, anonimo funzionario regionale, consigliere comunale democristiano, autore di dettagliatissime denunce contro quegli stessi magistrati che oggi finiscono indagati e si fanno la guerra. È lui la vittima sacrificale del furore giudiziario della procura di Potenza. Anni addietro venne indagato, ammanettato, sputtanato sui giornali, rovinato per sempre ancorché assolto in ogni grado di giudizio. Alla fine ne uscì intonso, pulito, persino risarcito. Ma non ha retto al tritacarne giudiziario, al chiacchiericcio, ai sospetti. La mattina del 14 novembre 2004, undici anni dopo il suo arresto, Giovanni bacia in fronte i suoi bambini e dà appuntamento alla moglie per la sera, sapendo che non la vedrà più. Corre incontro alla morte nella casa di campagna, si chiude dentro, passa la corda sotto al mento e dà un calcio alla sedia.
Questo è il crisantemo all’occhiello della procura di Potenza di cui si trova traccia negli atti depositati al Consiglio superiore della magistratura. Una storia simile a tante di Mani Pulite. Una vicenda locale per modo di dire, da raccontare comunque - scrivono gli avvocati dell’Unione Camere Penali - a imperitura memoria. E allora. Nel giugno del 1993 De Blasiis finisce in galera nell’inchiesta del pm Genovese su presunte irregolarità nella gara per la gestione del «Grande Albergo» di Potenza chiuso per danni da terremoto. In cella ci resta «appena» tre settimane perché la Cassazione annulla l’ordinanza d’arresto. Quando esce è sconvolto ma deciso a far valere le sue ragioni. Organizza sit-in, distribuisce opuscoli, gira un video raccontando le irregolarità dell’inchiesta. Purtroppo deve aspettare cinque anni per ottenere il proscioglimento dal Gip causa l’insussistenza del fatto contestato, altri due per il riconoscimento dell’ingiusta detenzione da parte della Corte d’appello. Contemporaneamente s’impressiona così tanto per il suicidio di un sindacalista indagato a Lanciano, che sente il bisogno di rivolgersi alla vedova. Sembra scrivere a se stesso. «Perdona gli aguzzini di tuo marito, impiega il resto della tua vita nella pratica della richiesta di giustizia. Anche io sono stato sul punto di suicidarmi, ma per fortuna mi sono fermato a livello di tentativo, anch’esso non determinato. Suo marito non ce l’ha fatta, non ha retto, e lo capisco. Il Signore ha conosciuto il suo strazio e la sua lacerazione interiore: l’ha già perdonato». Premonitore. Quand’anche la Corte europea dei diritti dell’uomo gli dà ragione condannando l’Italia per le lungaggini del processo e per palesi violazioni dei diritti fondamentali dell’individuo, l’ex consigliere comunale ha già imboccato una strada senza uscita. E senza ritorno.
Il documento dell’Unione delle camere penali inviato al Csm è terrificante nell’esposizione dei fatti riportati. Da brividi il racconto dell’avvocato Giacomo Saccomanno, difensore di De Blasiis, che al Giornale rivela: «Sto partendo alla volta della procura di Catanzaro che mi aspetta per prendere copia degli atti di questa storia allucinante. Il mio assistito è stato indotto al suicidio. In tempi non sospetti aveva denunciato ciò che solo ora sta venendo fuori, aveva fatto i nomi dei magistrati corrotti, gli intrecci tra procure. Si sono inventati un reato inesistente per farlo tacere, raggiungendo l’obiettivo. L’onta del carcere per una persona per bene è insopportabile. Per questo, nonostante le sentenze favorevoli, Giovanni si è tolto la vita. La sua riabilitazione è un atto di giustizia, e io gliela devo perché era un uomo retto, onesto, coraggioso». Tra i documenti già depositati al Csm, e da domani sulla scrivania del pm catanzarese Luigi De Magistris, la ricostruzione del caso De Blasiis illustrata dall’Unione delle camere penali. Testuale: «L’uomo che tanto aveva lottato per ottenere un riconoscimento formale della sua onestà, era stato già distrutto dal tempo e dall’attesa per un processo che non doveva e non poteva nemmeno iniziare». Il trascorrere degli anni non aveva lavorato a favore del consigliere comunale. Scrivere ogni giorno una lettera al presidente generale della Cassazione, Ferdinando Galli Fonseca, era un palliativo che lo teneva comunque in vita. «Con il suo arresto - si legge ancora nel documento - era stata consacrata la sua morte civile. De Blasiis aveva una sola preoccupazione: il fango che si sarebbe riversato sulla sua famiglia rendendo ai propri figli e alla moglie la vita impossibile. Non riusciva più a considerarsi persona degna di poter vivere a contatto con la società civile, non poteva accettare di essere considerato un criminale avendo per tutta la vita inseguito la legalità e la giustizia».
Dopo l’assoluzione passava per rompiscatole. Veniva schernito, snobbato, umiliato. «Ha deciso di mollare quando ha perso ogni fiducia nella giustizia e nelle regole. È ora che qualcuno paghi per la sua vita distrutta…».
Fonte Il Giornale.it
Ivan Scrive:
La Cassazione, Sez. V Penale ha accolto il ricorso di Giovanni Mercadante, primario radiologo e deputato regionale di Forza Italia, contro l’ordinanza del Tribunale della Libertà che confermava il provvedimento di custodia cautelare in carcere.
A quel che se ne può leggere sui giornali la Corte Suprema ha fatto a fette il provvedimento restrittivo e le motivazioni di esso confermate in sede di riesame.
Scardina e, in certo senso, ribalta la storia della parentela con un presunto boss mafioso, ridicolizza l’accusa di una richiesta di assassinio che, secondo l’accusa, Mercadante avrebbe fatto al cugino-boss in danno di un tizio che lo avrebbe gravemente offeso. Inconcludenti e meschini gli argomenti circa la sua “mafiosità” per aver avuto tra i suoi clienti quale radiologo, dei mafiosi. Inconcludente e fasullo l’argomento rappresentato dal fatto che il figlio di Provenzano aveva richiesto al padre latitante il parere circa la sottoposizione della madre (e moglie) alle cure del Mercadante. E poi: niente appoggio mafioso per l’elezione all’Assemblea Siciliana.
Bene. A questo punto chi legge di questa sentenza si attenda che la Cassazione dica “rimandatelo a casa”. Niente affatto: dice ai giudici del riesame di Palermo (in altra comparizione): “occorre una completa rivisitazione del compendio investigativo”. In parole povere: ricominciate da capo. Intanto il radiologo nonché deputato regionale resti in galera, mentre i magistrati “rivisitano” il compendio etc..
Non si tratta di un’ennesima strvagnza. In materia di ricorsi contro le decisioni del Tribunale del Riesame, la Cassazione, dopo una decisione di massima oramai di molti anni fa, non annulla mai senza rinvio e, quindi, non dispone mai la liberazione del malcapitato indagato, quali che siano le enormità che possa aver riscontrato nell’ordinanza di custodia e nel provvedimento del Tribunale del Riesame.
Pertanto dal presupposto che il Tribunale del Riesame può, per disposizione di legge dare diverso fondamento da quello adottato dal GIP al provvedimento restrittivo, la Cassazione ha ritenuto una volta per tutte che, azzerata con l’annullamento l’ordinanza del Tribunale del Riesame, si deve passare seguendo i principi di diritto stabiliti dalla Corte, ad esaminare se sussiste la possibilità di disporre eugualmente una misura cautelare per altri elementi ed altre ragioni. E’ in realtà un ragionamento contorto e specioso: con questo criterio dovremmo stare tutti in galera, in attesa che dei giudici trovino un motivo per stabilire che ci dobbiamo restare.
La Cassazione, ancora una volta, si è sottratta al compito, “politicamente” troppo arduo, di attraversare la strada ai magistrati “di prima linea”. Dio ne guardi dare il brutto esempio di dire che un cittadino, fino a prova del contrario, deve essere libero e senza manette, quando a tenerlo accalappiato è un “combattente” etc. etc..
E’ la solita solfa. Da questo modello di giustizia “deviata” ne consegue anche una grottesca gerarchia rovesciata; in cui, francamente, la Cassazione fa una parte non troppo brillante. Che è la parte che si è ritagliata.
Attilio Nucera Scrive:
Attilio Nucera Scrive: