Fine Pena Mai

per raccontare quello che non è stato ascoltato.

Adolescenza e strada

Scritto da finepenamai.it su 18 Novembre 2008

Sono nato 39 anni fa a Lecce, ultimo di  tre figli, il più piccolo dopo due sorelle, famiglia di onesti lavoratori che non ci hanno fatto mai mancare niente. L’educazione, il rispetto, l’onestà, la pulizia, la scuola e il lavoro erano le basi fondamentali d’insegnamento.
L’asilo frequentato presso le suore che insegnavano il rispetto per Dio, fortunati noi perché oggi l’insegnamento di Dio è affidato a improvvisate maestre o false teologhe (non tutte).
Viziato dai nonni, mai uscito di casa fino all’età di 12 anni, inizio a frequentare gli amici alle scuole medie, piccoli bulli.
Conosco la strada, il ribelle che c’è in me si manifesta.
I divertimenti in una piccola città del profondo sud degli anni 80 erano le partite di pallone sul piazzale della chiesa, con l’intervento della polizia per fermarle, purtroppo all’epoca la strada era l’unico campo di calcio, le partite a biglie o figurine, le lotte tra amici o tra rioni, dove si tornava spesso gonfi di botte a casa, le razzie nei campi di frutta e verdura dove i contadini sparavano a sale per difendere il loro duro lavoro, i vari atti di vandalismo per ammazzare la noia e i piccoli furti per gioco e spavalderia.
Da qui è cominciato il mio declino, primo arresto a 14 anni per varie rapine, ritiro dalla scuola perché insofferente e indisciplinato, inizio a lavorare presso un ristorante, poi ad un forno, il primo amore con la nipote del proprietario, frequento la scuola serale superiore, ma, aimè, a 17 mi  arrestano di nuovo, perdo tutto quello che avevo costruito, perdo anche l’amore e la mia testa va in tilt, conosco la droga, il suo sballo e i soldi facili spacciandola, prima in piccoli quantitativi e poi in grandi quantità, seguono vari arresti in tutto 13 o 14 anni, non ricordo più, trascorsi in prigione, molti di questi ingiustamente.
Per il mio carattere ribelle e le grosse quantità di stupefacenti venduti, mi scontro con il boss del quartiere, tale Donato Natali che diventerà il mio nemico, e lo sarà anche quando si pentirà accusandomi insieme ad altri pentiti della sua banda di far parte del suo gruppo, forse per farmela pagare per non essermi mai piegato alle sue prepotenze o per aver sempre affermato di essere io il responsabile dello stato di tossicodipendenza di suo fratello minore.

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